venerdì 8 gennaio 2021

C'è vita nell'universo? C'è democrazia sui social? Ci deve essere?

Come tutti sapete (penso...) io ho un'attività commerciale.
Ora poniamo il caso che arrivi da me un tale che traffica in, mettiamo, cosmetici e mi chiede se può usare (gratis) un angolo del mio negozio per esporre e vendere i suoi prodotti.
Io accetto, perché se qualcuno entra ad acquistare un rossetto, poi magari compra anche un mio prodotto, o comunque per me si tratta di pubblicità gratuita.
Poniamo ora che io mi renda conto che quei prodotti cosmetici non sono, secondo il mio insindacabile giudizio, idonei ad essere venduti nel mio esercizio perché, ad esempio, non sono proprio il top, abbassano il range qualitativo della mia esposizione al pubblico; il pubblico che il prodotto mi porta è troppo invasivo, fa cagnara, mi mette tutto sotto sopra; o semplicemente il tipo mi sta sulle scatole per qualche motivo e non voglio dargli più il mio appoggio. 
Perciò, non essendoci un contratto vincolante, gli mando una bella letterina e lo metto alla porta.
Bene. 
Ora veniamo all'attualità: Facebook ha deciso, dopo la storia di Trump che ha aizzato i suoi sui social e provocato l'assalto a Capitol Hill (dicono le cronache), di sospendere l'account dell'ormai ex presidente a stelle e strisce per due settimane.
È giusto?
Sì, per me è giusto.
Perché Facebook è un'azienda privata e a casa sua può fare quello che vuole. D'altronde Mark fa tutto questo per campare e avrà una platea pubblicitaria di un certo tipo, attenta alla faccia che compare vicino al proprio marchio.
(Perché non sembra, ma nella vita visibile e tangibile comanda il politicamente corretto di sinistra; nella vita reale chi ha in mano la situazione è la destra. Sempre che destra e sinistra abbiano ancora un significato.)
Del resto da quando esiste il Facebook russo, moltissimi clienti di Zuckerberg sono passati alla concorrenza perché, a loro dire, nel nuovo social c'era più libertà d'espressione e più omogeneità di punti di vista. Insomma: gli piaceva di più.
Tutta questa storia, secondo me, porta però alla luce un fiume sotterraneo di princìpi che forse nella comunicazione globale andrebbero non solo affrontati, ma anche risolti.
Sì, siamo pieni di studi, libri, blog, che cercano di indagare su quanta libertà c'è nei social, se ciò che scrivo ha diritto a rimanere su FB o su Twitter perché l'ho scritto io, è il mio pensiero e nessuno deve sindacare in proposito, ecc. ecc. .
Ma cosa sono i social? Di chi sono?
Io, che sto usando blogger per scrivere queste cose, che diritto ho a farlo?
È un piacere che blogger mi sta facendo?
Forse quello che potrei fare, quando la cosa prende una brutta piega (leggi: non mi piace la politica censoria di Fb/Twitter/...) è cambiare social. Per usare l'esempio d'inizio: se ad un cliente non piacciono i miei prodotti o i miei prezzi, o gli sto sulle scatole io personalmente, può sempre andare da un'altra parte.
Ma c'è "un'altra parte" come la voglio io, in rete?
E voi, fuori da luoghi comuni, complottismi, politicamente corretto di destra o di sinistra, cosa ne pensate? Insomma: la vostra testa cosa vi dice?
Rispondete pure, che io non vi censuro!

Tim il Guiscardo
Vice Comandante dell'Astronave Terra
(in attesa che torni il Capo) 

11 commenti:

  1. Il concetto, per quanto mi riguarda, è giusto. Ogniqualvolta ci sono state raccolte di firme sul web contro la legge europea che trasforma in reato la diffusione di notizie false o l'incitamento all'odio, io non ho mai aderito. Molti argomentavano: ma questa legge sarà un bagaglio, una censura, avranno il diritto di silenziare ciò che scrivi. E io dico: giusto così. Io NON ho il diritto di dire ciò che voglio. Se mi mettessi a scrivere che so, che quel tizio coi baffetti aveva ragione, sarebbe sacrosanto silenziarmi. Nel caso di Trump è ancora più giusto che sia responsabilizzato per ciò che dice, perché le sue parole hanno un'eco enorme e poi magari qualcuno si sente autorizzato a infilarsi delle corone e tingersi la faccia ;-)
    Sono d'accordo con facebook. Trump ha istigato sospetti con parole dette ad minchiam, quindi ha dimostrato di essere... ebbene sì, pericoloso.

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    1. Bavaglio, non bagaglio.
      E corna, non corona (accidenti al correttore automatico).

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  2. Ti giuro che avevo letto le parole correttamente! Il potere della mente! È proprio così. E poi, comunque, siamo ospiti a casa di qualcuno che ci ospita e non possiamo fare il bip che ci piace. Tra l'altro oi firmiamo un 'contratto' con il social cui aderiamo e tra le clausole ci sono anche quelle riguardo il modo di interagire.

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  3. Io penso che come in ogni cosa bisogna mantenere un certo equilibrio, i social in particolare sono dei discreti mezzi per condividere ma dei pessimi modi per comunicare, mi spiego meglio: ognuno ha diritto alla propria opinione ma deve essere un'opinione motivata, fare come ha fatto, ad esempio Trump, che per mesi ha sobillato le menti fragili e strumentalizzabili (ed anche quelle più polemiche, incitando alla ribellione, ha finito per utilizzare a sproposito il mezzo avvelenando la società americana . Ed i risultati si vedono. Insomma, credo che se è vero che la madre degli imbecilli è sempre incinta è anche vero che prima quegli imbecilli si limitavano alle invettive al bar tra quattro amici adesso finiscono per fare più danni grazie al pubblico fornito dalle piattafome. Poi come per tutte le cose se c'è concorrenza anche tra i social le persone abbiano più possibilità di scelta, un poco come per la televisione: se non ti piace il programma cambi tranquillamente il canale.

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    1. Come dicevao anche sopra ad Ariano, noi non siamo liberi di utilizzare un social, perché questo appartiene a qualun altro. Quindi se ci censurano non dobbiamo gridare allo scandalo. Ho fatto l'esempio di VK (il FB russo) proprio perché lì ci troviamo in una situazione opposta: lì comandano i seguaci di Putin e di una certa politica e conosco anche molti italiani (per lo più conservatori e leghisti) che sono passati a VK perché ritenevano che FB fosse in mano alla sinistra. Quindi alla fine: c'è democrazia sui social? Fino a che punto possiamo dire quel che vogliamo? Non sarebbe meglio tornare ai tazebao, alle fanzine, che magari poi ti strappano, ma almeno puoi farle arrivare a chi vuoi? Buona giornata!

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  4. è un caso decisamente complesso e di difficile soluzione, soprattutto considerando come nel bene e nel male la moderna tecnologia ha influenzato e influenza la nostra vita (anche nelle piccole cose quotidiane).

    Una politica troppo permissiva potrebbe portare a fare da cassa da risonanza a falsità o manipolazioni, anche promesse da politici interessati (basta guardare vaccini e immigrazione per dire una). Che spesso sfruttano un malessere già esistente.

    Dall'altra parte un uso smodato di censura rischia di essere troppo contro promettente. Per esempio un dissidente politico che combattete per i diritti degli lgbt in Polonia (dove il governo appoggia politiche contrarie a tale persone) che si vede chiudere il blog/profilo perché contrario alle norme interne.

    Sicuramente la società in se non ha colpe ma essendo promotrice di una piattaforma che muove idee e persone in tutto il mondo sorge un dovere morale che non può essere disatteso.

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  5. Anzitutto: benvenuto sul mio blog!
    Il problema, secondo me, sta alla radice, come per tutte le cose.
    I social (anche questo su cui stiamo discutendo) sono proprietà di privati che ci prestano gratuitamente un posto dove incontrarci. Naturalmente il proprietario pone delle regole, che dovrebbero essere dettate dalle leggi vigenti e dal buon senso, che ognuno accetta nel momento in cui apre la sua pagina. Quindi se violi le regole è natutale che sei fuori, anche per rispetto a chi le regole le segue [perché noi dimentichiamo sempre che ciò che facciamo non è mai un fatto esclusivamente individuale, ma ha anche valenza sociale e collettiva]. Il punto è che dovrebbe essere lo stato nazionale o gli enti internazionali a regolare a loro volta i social. E a quel punto saranno i proprietari a decidere se continuare a concedere spazi gratuiti o meno. L'uomo è quello che è, il libero arbitrio non è sempre sinonimo di 'libertà e democrazia', ma spesso si tramuta (per la stessa natura umana) in voglia di prevaricazione egocentrica. A quel punto ciò che è nato per condividere idee diventa un'arena in cui vince chi grida di più o ha più forza sociale.

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